A Emilio del Giudice l’ironia non fa di certo paura, soprattutto, nel momento in cui descrive la stupidità o l’imbecillità dei sapienti apparenti, la rima in questo caso è stata veramente un piacere realizzarla.
Ma veniamo alla risonanza spiegata in modo sublime.
“Esiste una risonanza tra gli esseri umani per cui in alcune epoche gli occhi di tutti si aprono e, ovviamente, chi vede una cosa, chi ne vede un’altra; quindi non è un caso che negli stessi anni in cui c’è una rivoluzione nel campo della fisica, c’è anche una rivoluzione nel campo della psicologia, pensate a Freud, e c’è una rivoluzione nell’arte, pensate all’arte astratta, alla musica dodecafonica ecc. e, più importante di tutte, c’è una rivoluzione politico-sociale, pensate alla rivoluzione d’ottobre. Non esiste nessun oggetto al mondo che sia isolabile.”
Ascoltare Emilio del Giudice può essere un’esperienza meditativa che porta alla consapevolezza della vita e dunque un atto creativo, immaginativo, che costringe a riflettere profondamente.
È affascinante allorquando afferma: “Io posso avere un rapporto risuonante con Giulio Cesare o con un tale che non esiste ancora e che ci sarà nel futuro” e spiega in maniera comprensibile come ciò possa avvenire. Una persona che conosco direbbe: “Da mangiarselo di baci”.
Per non parlare della narrazione che fa sugli “errori”; in pratica non manca mai di mostrare un mondo nuovo agli assetati di conoscenza.
“Ci sono due parole molto diverse nella lingua italiana che hanno la stessa radice: “errore” ed “errare”. Errore significa fare uno sbaglio, errare vuol dire vagare, girare per terre sconosciute e guardarsi intorno. Il contrario in questa eccezione è procedere diritti per la propria strada, senza guardare né a destra e né a sinistra…”. Tutto ciò per arrivare al fatto che le scoperte si fanno sulla base di connessioni inattese che in altri termini sono errori. E lui è in grado di elencarne molti.
Uno di questi riguarda la muffa che rovinava le colture e pertanto veniva interpretata come una sciagura, mentre invece era una grande fortuna, poiché corrispondeva a una straordinaria scoperta: gli antibiotici, la penicillina.
“I colpi di fortuna capitano, ma l’imbecille non se ne accorge, lui pensa che gli sia accaduta una disgrazia e cioè che aveva preparato una così bella coltura per un esperimento ed è arrivata una muffa che gliel’ha distrutta”. A questo punto è evidente che l’imbecillità è la vera catastrofe e non la muffa che divora una coltura.
Quando racconta i particolari e si sofferma sull’acqua tirata da un pozzo che sulle pareti si riempiva di muffa, essendo umido e privo di luce, e le persone non si ammalavano, fa venire i brividi, giacché ci pone di fronte al dilagare dell’ignoranza e più fortemente dell’arroganza.
È un dato di fatto che se un fisico parla chiaro, e con stile, non le manda a dire. C’è da aggiungere, a mio parere, che la simpatia, estrema, era la forza del linguaggio espressivo di Emilio Del Giudice. Per dirla tutta, a guardar bene, egli, comunicava con il cuore innanzitutto.
Insomma, alla fine, la risonanza è il meglio che possa capitare a chiunque.
L’imbecillità è il peggio.
Emilio Del Giudice (Napoli, 1940 – Milano, 2014), ricercatore INFN presso la Sezione di Milano dal 1976; dal 1969 al 1972 con Sergio Fubini al Center for Theoretical Physics del MIT di Cambridge, Mass (USA); dal 1974 al 1976 al Niels Bohr Institute di Copenhagen. In seguito si dedicò alle ricerche di biofisica, collaborando con Herbert Fröhlich, per chiarire come fa la materia a sviluppare una dinamica psichica. Negli anni ’80 ha collaborato con Giuliano Preparata, in seguito col premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier.
Fonti:
Convegno “Le Connessioni Inattese” 2011
Daniele Penna
Foto dal web