Due soldi non sono pochi, quando non si ha niente. Ma nel caso del pacifismo, come forse in altri, appare chiaro che la questione sia intricata. Non resta che entrare dentro il groviglio di pensieri, parole e azioni che molte volte depistano la pace, anche se non sembrerebbe, nascondendosi benissimo al fine di mantenere la guerra attiva, con minuscoli focolai qua e là.
Il pacifismo da due soldi è spesso praticato inconsapevolmente.
In sostanza tutto fila liscio per i massimi sistemi. Dopodiché, si cammina per la strada, si entra in un negozio a fare la spesa, si incontrano gli amici, si va al lavoro, si fa attività benefica, la lista potrebbe diventare lunga, ed ecco che si generano guerriglie, apparentemente innocue, si sparano proiettili, metaforicamente parlando ovvio, si vivono emozioni di risentimento verso la suocera, il suocero, il padre, la madre, un amico, un’amica, un fratello, una sorella, i figli, il cane, il gatto, i vicini di casa e chissà chi ancora, e poi si va a manifestare a favore della pace.
È il nervo scoperto della società contemporanea: l’incoerenza tra i grandi ideali pacifisti proclamati e la violenza quotidiana agita nelle relazioni interpersonali.
C’è un legame stretto tra micro-violenza e macro-violenza, sarebbe ora di rendersene conto.
La vera pace è una postura interiore che si riflette ovunque e con chiunque, sennò è pura fuffa che evidenzia una scissione profonda tra il pensiero ideologico e il comportamento in concreto.
Come si fa a vivere tuttora per lo più solo di slogan o di bandiere esposte sul balcone, senza che lo stato d’animo di pace entri nelle cellule di ognuno e si manifesti come se fosse un fiore che sboccia?
Educare potrebbe diventare la password di un nuovo sistema umano, nel suo significato profondo, però: un processo di sviluppo interiore.
Quando si è tutti insieme con i cartelli “Pace”, purtroppo, la maschera resiste, ma nella vita di tutti i giorni la maschera, inevitabilmente, cade.
E finché si continuerà a guerreggiare a “casetta” propria, e nei “quartierucci” del paesello dove si vive, il pacifismo rimarrà da due soldi. A qualcuno potrebbe stare persino bene.
È giunto il momento di affidarsi a Erasmo da Rotterdam con Il lamento della Pace
“Se gli uomini mortali mi voltassero la faccia, mi espellessero e respingessero pur ingiustamente ma con loro profitto, mi affliggerei soltanto dell’oltraggio a me inflitto e del torto da loro commesso.
Sennonché, respingendomi, essi rimuovono da sé la sorgente di ogni umana felicità e si attirano la marea di tutte le sventure. E allora devo compiangere più l’infelicità loro che il mio oltraggio, e mentre avrei preferito soltanto l’inveire, mi trovo invece spinta ad affliggermi della loro sorte e a provarne compassione.
Colui che scaccia chiunque l’ami mostra di non essere un uomo; se avversa un benefattore, è un ingrato; se affligge la madre e salvatrice universale, è un empio. E poi, privarsi dei tanti, eccellenti vantaggi di cui sono portatrice, sostituendoli di proposito con l’idra repellente di tutti i guai, non è suprema, lampante follia? Contro gli scellerati ci si adira, ma i travolti dalla furia possono essere solo compianti. E sommo motivo per compiangerli è il vedere che non si compiangono da sé; la loro somma sventura è non avvertire quanto siano sventurati, giacché il riconoscimento della gravità del proprio male è già un primo passo verso la guarigione. E invero, se io sono la Pace, esaltata all’unisono da dèi e uomini come sorgente, genitrice, nutrice, promotrice, tutrice di ogni bene esistente in cielo o in terra, e se in mia assenza nulla mai fiorisce, è saldo, puro, santo, piacevole per gli uomini e gradito ai superi, mentre la guerra viceversa si presenta come l’oceano di tutte le sciagure esistenti al mondo; se la sua corruzione fa imputridire immediatamente ogni rigoglio, dileguare ogni progresso, crollare ogni sostegno, svanire ogni buon inizio, inacidire ogni dolcezza, e infine se essa è cosa tanto empia da contagiare all’istante e in sommo grado ogni sentimento di carità e di religione; se questa è la maggior sventura umana e il maggior abominio divino: ebbene, io allora mi chiedo in nome dell’immortale divinità: chi può ritenere che costoro siano esseri umani ed abbiano un briciolo di senno, quando a dispetto delle mie virtù si adoperano con tanti mezzi, tanta ostinazione, tante macchinazioni, tante astuzie, tanti affanni, tanti rischi a scacciarmi, per acquistare a così caro prezzo un tale profluvio di mali?”