Sulle mie spalle, dentro il mio cuore

Mercoledì, 23 luglio, alla Libreria Tasso a Sorrento è stato presentato Sulle mie spalle, dentro il mio cuore di Michele Bisceglia, Franco Di Mauro Editore. 

Una presentazione, con il sorriso di Diana, che non si può fare a meno di definire meravigliosa.

L’autore, o forse si dovrebbe dire il papà, nel libro racconta il suo cammino verso Santiago, e non solo, confida al lettore le sensazioni più intime che lo hanno attraversato durante il viaggio affrontato per ricongiungersi con l’Anima che lo abita, allo scopo, peraltro, di aiutare, casomai, una sola persona. Ha ribadito Michele nel corso della serata.

Si percepiva l’esplorazione interiore che lo ha condotto fino a oggi. Le sue parole incoraggianti, stimolate dalla dolcezza infinita della professoressa Marianna Russo, e il suo desiderio di toccare il nostro Essere, hanno centrato il bersaglio. Eravamo in ascolto, senza qualsivoglia distrazione, dell’amore nutrito per Diana, vissuta un breve periodo su questo pianeta, per sua moglie, sé stesso e l’umanità intera. 

Abbiamo assaporato l’interpretazione di vari brani, estratti dal libro, a cura di Rosario Di Nota.

Gradito l’intervento di Marianna Aversa dell’Istituto Polispecialistico “San Paolo”.

In apertura e chiusura il caloroso discorso dell’editore.

E prima di salutarci, la mamma di Diana ha illustrato il progetto “Gli unicorni di Diana” per diventare donatori e donatrici di midollo osseo.

È il dolore che spinge Michele Bisceglia a superare le barriere della mente che creano convinzioni limitanti: “Quel dolore intenso che parte dall’addome. Sì, se dovessi dare una collocazione fisica al mio dolore lo immaginerei fra i polmoni e lo stomaco. Capii cosa voleva dire la frase “mi sento piegato in due dal dolore”. Era come se la sofferenza mi invitasse a ripiegarmi su me stesso colpendomi proprio al centro del corpo. E non è un dolore che ti riamane dentro. È un dolore che percepisce chiunque ti si avvicini, anche quando passeggi per strada e concedi uno sguardo fugace a chi incroci. Trasudi sofferenza. Si può quasi toccare.

Questo trauma ha cambiato i miei obiettivi. La vacuità del successo è stata, ora, sostituita da una sola parola: ANIMA.” pag.13

Sulle mie spalle, dentro il mio cuore contiene le riflessioni di un essere umano, traboccante di cultura e intelligenza, che guarda a come è costruito il vivere quotidiano con occhio critico, seppur benevolo.

E lo fa, in maniera originale, soprattutto dialogando con Pedro, uno dei personaggi che camminano con lui. Essi sono in parte inventati, eppure così reali, nell’interazione con il protagonista papà, da lasciare il segno. 

Ogni pagina è un impulso dopo l’altro per uscire dagli abissi in cui spesso si è intrappolati. Ed ecco allora che le emozioni emergono e fanno a gara per contribuire alla narrazione degli avvenimenti, coinvolgendo pienamente chi legge. La catarsi è assicurata.

E così, a mio parere, si è manifestato il talento di uno scrittore che non ha più segreti. 

Straziante quando dice: “Diana. Si chiamava Diana. Era mia figlia e aveva solo sei anni. Una malattia me l’ha portata via…” pag.55

Oppure quando descrive certi eventi: “Ricordo quando tutto ebbe inizio. “È qui che dovete stare”, ci disse l’infermiere mentre spalancava la porta, mostrandoci ciò che essa racchiudeva, quasi fosse uno scrigno magico. Fino a quel momento avevo creduto di essere un uomo forte, ma mi accorsi che mi tremavano le gambe. La stanza era completamente buia. Gli occhi ci misero un po’ prima di abituarsi all’oscurità. C’erano tre letti: il primo, quello più vicino alla porta, era quello a noi assegnato. Intravidi, nella penombra, qualcosa che si muoveva. Sul letto accanto al nostro, appena aperta la porta, una mamma dormiva con il suo figlioletto gli coprì gli occhi per evitare che la luce lo svegliasse. Quel gesto mi colpì. Misi meglio a fuoco e realizzai che il bambino non aveva i capelli. Era completamente calvo. Erano appena le 9:30 di sera e in quel reparto già tutti dormivano. Non c’era vita. Solo notte. Dove mi trovavo?! Nella penombra guardai mia moglie Rossella ma rimasi sconvolto da quello che vidi. Quella non era la mia Rossella. Io quello sguardo, fino a quel momento, non lo avevo mai visto. Aveva preso coscienza di quello che era accaduto molto prima di me, e da quel momento non la riconobbi più. Era immobile, seduta sul bordo del letto. Gli occhi bruni brillavano nel buio della stanza, e mi fissavano. Mi stavano silenziosamente parlando. Mi chiedevano se fossi pronto ad affrontare ciò che stava per accadere. Lei aveva percepito bene la situazione prima ancora che tutto fosse così chiaro. L’istinto materno non aveva sbagliato. Da quel momento in poi avrei preso coscienza della centralità del ruolo della mamma, di quell’invisibile cordone mai reciso che la lega ai propri figli, quell’unione che dà alle donne un potere speciale: una sorta di amorevole veggenza che neanche i medici si spiegano, ma che sfruttano per giungere a una diagnosi o per capire quale terapia prescrivere. Come una Valchiria pronta ad affrontare il Walhalla, mi fissava, non batteva nemmeno le ciglia, era come se il tempo avesse smesso di scorrere per consentirle di scavarmi dentro. Tutto era immobile intorno a noi. Aveva lo sguardo di chi sente, da lontano, avvicinarsi i tamburi di guerra dell’esercito avversario e si prepara alla lotta della vita. E io faticavo a mantenere quello sguardo pesante, stranamente consapevole e fiero, ma mai spaventato. Se avesse trovato in me una minima esitazione o indecisione, ne sono certo, mi avrebbe immediatamente escluso da quella vicenda. Lo avrebbe fatto solo per tutelare la nostra bambina. Rossella mi faceva quasi paura. Nei suoi occhi, nei suoi gesti, solo coraggio e determinazione. Lei se lo sentiva, aveva capito tutto sin dal primo giorno, sin da quando aveva notato quegli strani sintomi, quei segni sul corpo che, per me, non avevano alcun valore.

Ma io mantenni il suo sguardo. Tirai un lungo respiro e continuai a guardarla dritto negli occhi. Eravamo ignari che da quel preciso momento, la maggior parte dei nostri discorsi si sarebbe consumata con dei semplici, ma profondissimi, sguardi. Avremmo sviluppato un’impensabile capacità di fare tacita comunicazione tramite una lettura del pensiero basata su sentimenti e scopi comuni. In un attimo, durato un’eternità, ci dicemmo in silenzio tutto quello che forse non ci eravamo mai detti. L’amore, la felicità, i baci, le banali serate a chiacchierare, un semplice film, le grasse risate e le solite giornate a giocare con le bambine sembravano un ricordo lontano. Tutto era sospeso.” pag. 65, 66, 67

È davvero notevole, non si può negare, quel che è stato messo nero su bianco o addirittura detto, in ogni dove, sulla gioia, la fisica, la metafisica, la morte, le religioni, la meditazione, l’inconscio e molto altro, ma nel testo Sulle mie spalle, dentro il mio cuore si coglie il senso dell’esperienza di questi valori che si rivelano fondamentali, camminando insieme a Michele, ai suoi amici e amiche, che, in una indiscutibile misura, indicano la, eventuale, Via per rompere le catene. Un po’ come consiglia Pedro “… fai uscire alla luce del giorno la tua parte più infantile. Libera il bambino che nascondi dentro te e lascia che si esprima liberamente. Continuerai a sopravvivere nella società solo se sarai in grado di gestirlo, se saprai quando dargli la possibilità di uscire e urlare al mondo che esiste anche lui!” pag. 87

Si può andare fino in fondo, valicando quel che si deve, e gustare la immancabile trasformazione che avviene con la connessione alla nostra vera natura. Questo e tanto di più si trova Sulle mie spalle, dentro il mio cuore.

Infine, concludere con la dedica di Michele è un’opportunità per comprendere la sua metamorfosi e inevitabilmente il pensiero non può che andare a lei “A Diana dedico ogni singola parola di questo mio scritto.

A Diana dico che è la musa ispiratrice della mia vita.

A Diana dico grazie per avermi accompagnato, passo dopo passo, lungo la Via di Santiago. L’ho sentita vicina, a tratti sentivo la consistenza della sua manina nella mia, al punto da stringere la mano fino ad accorgermi che lei non c’era o almeno non c’era fisicamente. Ma questo libro mi ha insegnato che la forma spirituale talvolta è più reale della forma materiale.

Ricordatevi di amare. Fatelo sempre e con coraggio. Fatelo senza pretendere nulla in cambio. Donate incondizionatamente amore e gentilezza, vedrete che la vostra vita avrà una luce migliore.

Buona lettura e buona vita a tutti.” pag. 14, 15

MICHELE BISCEGLIA, nasce a Napoli nel 1976.

Amante dello studio e dello sport, trascorre le sue giornate fra le pagine dei suoi amati libri e le piscine.

Dopo una brillante carriera da pallanuotista, si dedica alla professione forense che esercita con grande passione poiché gli concede la possibilità di far valere i diritti dei più deboli.

La perdita della figlia Diana, di sei anni, amplifica ulteriormente il suo aspetto umano, facendogli comprendere quali siano i veri valori della vita. Insieme alla moglie Rossella ha costituito l’associazione “Gli Unicorni di Diana” che promuove campagne di informazione sulla donazione di sangue e midollo osseo e organizza giornate di raccolta di sangue per gli ospedali pediatrici. Biografia da Sulle mie spalle, dentro il mio cuore.

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