Figlio di un Dio minore

Figlio di un Dio minore, lo dichiara Ivan di sé, rifacendosi, un po’, al film Figli di un Dio minore, ma non credo che egli sia soltanto questo, no, è innanzitutto un portatore sano di una storia umana eccezionale. La sua è una potenza che arriva da lontano. Quando ancora ragazzino veniva bullizzato, come in un classico d’autore che si ripete all’infinito.

Ivan da piccolo era cicciottello, chiuso, riflessivo. Adesso è un uomo di quarantasei anni che con enorme sensibilità racconta di aver avuto una madre non molto materna, un padre assente che tornava il fine settimana con fumetti e giornali, tanto è vero che a sei anni già leggeva L’Espresso, Panorama, Master Race, Nathan Never, Dilan Dog, Wired, Focus. Ha letto Ellis “Le regole dell’attrazione” a dieci anni. 

L’adolescenza a Napoli, dopo la separazione dei genitori, è intrisa di droga e Ivan con estrema lucidità dice che è proprio lì che ha inizio la sua instabilità emotiva, la rabbia, che lo ha fatto “sfilare” dalla famiglia, è un verbo singolare da utilizzare, per rendere l’idea, che trovo notevolmente appropriato.

Emoziona la sua sincerità quando rammenta di aver avuto relazioni terribili, assurde, con le donne. Era violento verbalmente e per questo motivo le persone si allontanavano da lui. Provava immenso dolore.

A ventisei anni comincia la sua immane sofferenza che tuttora lo accompagna, seppur con grazia.

Ivan ha, inoltre, lavorato tanto, al Costanzo show, alla7, all’ONU, certamente mai con pieno coinvolgimento. Il suo sogno era fare il DJ.

Non capita tutti i giorni di imbattersi in una persona come Ivan che apre il suo cuore fino al ricordo del vero amore, come lo definisce lui. Ha trent’anni quando incontra la ragazza che vuole sposare e che invece perderà, poiché il suo vissuto non gli permetterà di essere con lei in armonia.

In questi ultimi anni ha perso i genitori e non riesce ad avere contatti con la sua famiglia.

Ivan Montanaro ha una laurea in Sociologia con indirizzo Comunicazione e Mass Media.

È figlio del giornalista Silvestro Montanaro

Nel 2012 ha scritto Diario di uno schizofrenico – Editore T. Pironti, prefazione di Gino Strada

Ivan cos’è per te la sofferenza? 

È qualcosa che prende all’improvviso, non si conosce, non si sa cosa sia, da dove venga, e siccome è sconosciuta provoca afflizione.

La sofferenza mentale è infida, non si vede, ma si sente. Chi ce l’ha, la avverte fortemente. 

Purtroppo siamo circondati dall’individualismo e le persone non empatizzano con il sofferente che ha una depressione o altro, anzi, spesso, lo rifuggono, diventa un rompi scatole.

Infatti, a volte condivido degli articoli su Facebook e non ho alcun riscontro, se non quando faccio dei video e rilevo quattrocento visualizzazioni. Allora, è chiaro il famoso inciucio, come si dice a Napoli, si inciucia, però non si dà credito alla persona, perché tanto quello sta fuori di testa. Sta male!

La sofferenza questo è. È un gap sociale potentissimo che riduce un individuo, che forse ha, probabilmente, un’ottima cultura o è un bel ragazzo, a qualcuno da evitare

Perciò, permane, secondo te, il giudizio nei confronti di chi soffre?  Non si può andare invitati a una cena e parlare serenamente del proprio tormento?

Io sto vedendo tantissimi film, serie televisive, telegiornali, dialogando con tante persone e mi rendo conto che il tema della salute mentale rimane hype, nonostante la depressione sia la terza causa di malattia, in quanto a costi per lo Stato, dopo la cardiopatia e il cancro. 

Se si pensa, senza fare nomi, ad alcuni personaggi noti, uomini e donne giovani, costretti a ritirarsi, sebbene solo momentaneamente, dalla loro carriera, giacché coinvolti, caso mai, in giri di sesso e droga, come succede a certi livelli. Per non citare i milionari che diventano ingestibili per problematiche legate a disturbi dell’umore, a un occhio attento riconoscibili, che un giorno dicono una cosa e il giorno dopo il contrario, evitando qualsiasi tipo di spiegazione o ravvedimento. Sono sicuro che un’infinità di persone abbia fatto e faccia uso di farmaci per la depressione. 

Lo stigma sociale è effettivamente spiacevole. 

Potrei, tranquillamente, narrare storie, fatti, aneddoti di personalità di spicco, avendo svolto lavori in ambiti importanti, ma non lo faccio. Non voglio che passino quello che ho attraversato io, e mi auguro che non accada più, rispetto allo sguardo che taluni soggetti hanno avuto verso di me. 

Attualmente è più facile dire “sono depresso, ho bisogno di aiuto”, soprattutto tra i giovani, oggi saremo otto su dieci ad agire così, e cioè una moltitudine.

Il fenomeno “hikikomori”, ovvero chi si chiude in casa, in solitudine, sentendosi “sfregiato” da una collettività che non sopporta e supporta chi soffre, dovrebbe scomparire. È inconcepibile la società odierna, giunta al grado massimo di implosione, dove si può fare qualunque cosa e nessuno fa niente, Indubbiamente ognuno ha i suoi problemi da risolvere. La vita è complicata. E c’è pure il detto “i panni sporchi si lavano in famiglia”, il punto è che le famiglie non esistono più. Intendo le famiglie unite che si sostengono. Io ho vissuto in una famiglia totalmente disfunzionale. E al momento i miei fratelli sono spariti, Mio padre negli ultimi tempi, prima che morisse, lo avrò visto cinque volte in dieci anni; di mia madre preferisco non parlare.

Comunque, non mi sento di affermare che si possa andare a cena con un bipolare o uno schizofrenico a cuor leggero; è decisamente proficuo avere degli elementi per valutare e scegliere se accettare un invito oppure no. Tutti i femminicidi, gli omicidi, gli infanticidi hanno dietro, a mio modo di vedere, delle matrici di psichiatria malcurata. E qua andiamo sulla questione principale: in Italia la psichiatria fa venire la nausea in linea di massima; chi non ha cento o cento cinquanta euro l’ora per pagarsi lo psichiatra, finisce nei centri di salute mentale e trova una inadeguatezza indicibile. Se poi si “naviga” nella cerchia degli assistenti sociali, primo non si guadagna nulla e poi solitamente si perde tempo e sangue. Sporadicamente si incappa in qualche professionista di straordinario valore, devo ammettere che a me è successo.

Si deve comprendere che la famiglia è direttamente coinvolta nella sofferenza, di un eventuale familiare, evidenziata con vari tratti specifici. 

E bisognerebbe che le istituzioni costringessero i parenti, di chi è afflitto, a prendersene cura, evitando così alla persona sofferente tante trafile burocratiche, e dispendiose, che il più delle volte risultano essere inconcludenti e un’aggravante dell’angoscia già insopportabile.

Non essendoci il risvolto penale, nel senso che non c’è una legge che difenda una persona abbandonata, a meno che non sia incapace o interdetta, i familiari possono disinteressarsene. O addirittura, come nel mio caso, sparire, tanto da non farmi sapere neppure che mia madre fosse malata, poi morta, fino a non volermi dire dove siano le sue ceneri.

In definitiva io sono il “brutto anatroccolo”, che da che mondo e mondo, non è carino da avere a fianco, specialmente in contesti esclusivi.

La verità è che sono cresciuto sin da bambino nei conflitti e ne ho risentito in maniera grave. I miei genitori sapevano a che gioco stavano giocando, ma avevano degli impedimenti che non hanno permesso l’interruzione del gioco.

Oggi alla mia età, guardando a ciò che ho vissuto, mi dico che sarei potuto stare di gran lunga peggio. 

Devo riconoscere di avere una grandissima resistenza e forza.

E aggiungerei: coraggio. 

Sì, se si considera che sono del tutto solo. Del resto si esce dalle situazioni, liberandosi dalle scorie, esclusivamente se si vuole.

Mi racconti una tua giornata tipo? 

La mattina mi sveglio intorno alle cinque, poi bevo un caffè, mi svago un po’ con la PlayStation, scendo a fare la spesa, tento di scrivere. Mangio, sia a pranzo che a cena, leggero per non ingrassare. La sera mi godo un concerto se ce n’è la possibilità. E visto che mi sono trasferito da poco, in un’altra città, sto cercando di instaurare buoni rapporti di amicizia. 

Un giorno di questi, vorrei fare un viaggio, dopo tanti anni che non mi muovo, e visitare una capitale europea. Mi piacerebbe andare a Vienna.

Cosa ti fa arrabbiare? 

Vedere che molta gente va avanti a “spintarelle”, o fa cose avendo le spalle coperte. Mi sento escluso dalle opportunità. Credo di avere il diritto di dare il mio contributo alla comunità così come sono.

C’è da dire che i luoghi non sono tutti identici, ma la mentalità “mafiosa” che regna, sovente, in determinati posti può rendere la vita difficile agli esseri umani. 

Ivan, tu, stai vivendo con gravi difficoltà economiche, non c’è qualcheduno che possa darti una mano?

No, ho una zia che mi ha prestato una piccolissima somma di denaro. Potrei e dovrei essere aiutato dai miei fratelli; di fatto la legge lo sottoscrive, però non avviene.

Sarebbe da mettere in atto un iter con un avvocato. La giustizia è essenzialmente per i ricchi.

Ci vorrebbe un’associazione, seria, che prendesse a cuore la mia storia, ma dal punto di vista legale, non sociologico, di questo genere ce ne sono a bizzeffe. Io se non avessi avuto mia madre che si occupò, essendo impiegata in un Caf, di farmi ottenere i bonus di Stato, che mi spettavano, non so come mi sarei ritrovato.

Hai dei progetti che vorresti concretizzare?

Fare musica elettronica, mi piace moltissimo, e ci so lavorare ottimamente. Ahimè, per mettere su uno studio servono soldi. È la condizione attuale del mercato, più soldi hai e più puoi realizzare, meno soldi hai, meno puoi fare. Il mondo dorme e accetta di dormire pur di non avere ulteriori preoccupazioni, seccature, oltre quelle di mandare i bambini a scuola, comprare i pannolini, pagare l’affitto, le bollette, ecc. viviamo di infiniti problemi e di rarissime soluzioni, peraltro, a problemi che abbiamo creato noi. 

Cosa gradiresti cambiare nella tua vita?

Mi piacerebbe connettermi al ragazzino di diciassette anni, sedici, che andava a giocare a basket, ascoltava musica con gli amici nel garage, era innamorato di una ragazzina e ogni volta che la vedeva non riusciva a spiccicare parola. 

Vorrei veramente unirmi a lui, ma ci sono troppe barriere per arrivarci, si rivelerebbe quasi un atto suicida. Amo pensare che quell’Ivan lo possa recuperare perlomeno nelle relazioni umane, fosse anche semplicemente per una settimana.

Vuoi aggiungere qualcos’altro Ivan?

Desidero fare un appello alle persone che leggono quello che scrivo, o interagiscono a vari livelli su questi argomenti, a essere un pochino più empatiche e non menefreghiste, a rinunciare al gosting, e lo faccio speciamente alla mia famiglia, ai miei zii e cugini. È facile dire “Ivan ha un carattere di merda” quando è stato lasciato nella merda per lungo tempo, è ovvio che Ivan non chiami più nessuno e abbia cancellato perfino i numeri di telefono. Mica si vuole distruggere la vita, Ivan. Altrimenti avrebbe mandato messaggi ogni giorno.

Tuttavia, sono convinto che la società progredirà; emergeranno capacità inaspettate attinenti a queste tematiche. E la psichiatria, che è una scienza ferma a decenni fa, con l’intelligenza artificiale ci regalerà delle sorprese. Dicono che ci farà vivere fino a cento trent’anni. È un’eventualità che potrebbe avverarsi. Così sarà naturale, per me, dire: ho fatto metà della vita in un modo e l’altra sarà totalmente diversa.

Diceva Steven Hawking “Tu non sei solo quando sei solo, ma quando non ti ascoltano”. Lui sentiva che la sua voce contava. Immagino che sia questa la fiducia da coltivare.

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