Il romanzo al sapore di thriller o se si preferisce il thriller al gusto di romanzo, scelto dalle/dagli amiche/amici lettrici/lettori di Cuore di libro

per questo incontro, rigorosamente alla libreria Tasso, come di sicuro ricorderete, arriva direttamente dalla Finlandia e l’autrice, Martta Kaukonen, eccezionale nella scrittura, ci regala attimi di vita provenienti dalla sua creatività.
I personaggi sono definiti magistralmente. Non mancano le chicche buttate qua e là, come semi, che si trasformano e rivelano l’animo umano, non dimenticando l’ombra.
È incredibile che la svolta inizi con una frase gettata, disinvoltamente, a pag. 228. È evidente che soltanto una grande artista possa fare un gesto simile. La straordinarietà è che colpisce, ma non sciocca. È una strana sensazione; forse dipenderà dal fatto che si era immersi, già, in una vicenda che dire sconvolgente non è dire fino in fondo.
Butterfly sembrerebbe strutturato come se i protagonisti parlassero dentro la loro testa. D’altronde chi non lo fa? Si sa, i pensieri risultano essere vere e proprie frasi, quindi apparirebbe psicologico persino da questo punto di vista, ma non tutto è come sembra e a pag. 260 la Kaukonen stupisce, rivelando fatti nuovi e pure le sue scelte narrative.
Tratta temi che demoliscono, dentro la mente di chi legge, tutti i giudizi e i pregiudizi possibili, certamente sono difficili da accettare e soprattutto da comprendere. Il suicidio e l’abuso sessuale spaventano, ebbene la Kaukonen ne fa un resoconto ad arte, finalizzato alla storia, avendo cura di applicare la misura e l’armonia. Tanto da menzionare alcuni test che non sono frutto dell’immaginazione, ma veramente utilizzati sui pazienti nel mondo reale, al fine di arrivare a una diagnosi. Ciò denota quanto ella abbia creato una narrazione che è in bilico tra realtà e fantasia.
Alla fine tutto considerato l’argomento principale è: “dover imparare a vivere” e salvare la “piccola” parte che abita dentro di noi.
Non fa sconti quando parla di come la pedofilia venga trattata in Finlandia, poiché è noto che in alcuni luoghi non ci sia il giusto e dovuto sdegno per questa pratica. Il suicidio è un altro motivetto che “danza” di pagina in pagina e non si può fare a meno di ricordare che fino a qualche anno fa la Finlandia aveva il tasso di suicidi più alto del mondo. Solo negli ultimi anni c’è stato un miglioramento, ovvero la percentuale si è abbassata notevolmente.
Questo per dire che la Kaukonen fa un lavoro ammirevole e preciso tra i righi del suo romanzo.
È il racconto del disagio che non risparmia nessuno, neppure gli psicologi o le psicologhe, e più precisamente, qui, Clarissa che deve vedersela con Ira.
Le sue parole, e non solamente le sue, possono essere definite indimenticabili.
Clarissa fa rabbrividire quando dice: ”La società è spietata con i soggetti vulnerabili. Circondate da questo clima, le persone deboli si sentono ancora più deboli.
Si dà per scontato che all’essere umano non possa capitare niente di così orrendo da non rappresentare un insegnamento. I sopravvissuti versano il nettare della loro saggezza nei nostri calici.
Devastatemi pure, così sarò una persona migliore.
Viviamo nella società del fast-food, che per rimarginare un trauma offre un cerotto invece dei punti di sutura. Ci rimpinzano occhi, bocca e orecchie di ciarpame infiocchettato di rosa: cristalli che infondono energia positiva, angioletti e raggi di luce che leniscono i mali. Ma ci sono problemi che non si risolvono abbracciando un unicorno di peluche.
L’idea che al mondo ci siano cose che non si possono superare non è accettata. Specialmente se possono capitare a chiunque.
Anche a voi.
Ma alcune ferite sono insanabili.
Vi stupirà che a dirlo sia io, che più di tutti dovrei essere convinta che la psicoterapia possa curare ogni sorta di trauma.
Ma non lo sono.
Pretendiamo che le vittime si riprendano in fretta. Se parlano del loro trauma, si sentono dire che “ormai dovrebbero voltare pagina”, “guardare al futuro” o “lasciar perdere il passato”. Eppure, le esperienze e le relazioni considerate normali dalla maggior parte delle persone sono e saranno sempre, per loro, inaccessibili.
La vita di una vittima di abusi sessuali è stata demolita, fatta a pezzi, e sostenere il contrario significa negare la sua esperienza. A dispetto di ciò, diciamo alla vittima che non deve provare rancore, perché bisogna pensare positivo. Come se fosse lei, con la sua negatività, ad aver causato i suoi mali.
Perché alle brave persone succedono solo cose belle.
A volte ho pensato che persino ai morti si riserva più benevolenza che alle vittime di abusi sessuali: dai morti non si pretende niente. Solo dopo qualche anno di psicoterapia i miei pazienti prendono consapevolezza del fatto che non sono costretti a superare i traumi.
Basta che respirino.
Essere critici nei confronti delle vittime implica anche l’assoluzione di chi commette l’abuso: i loro crimini non sono così gravi, tanto è vero che si possono superare. Del resto, i pedofili hanno sempre una loro versione dei fatti più rosea.
Più ti senti in colpa più sei propenso a perdonare gli altri.
Dato che quasi nessuno vive senza rimpianti, siamo pronti ad assolvere i misfatti altrui nella speranza di essere perdonati per i nostri.
Chi ha fatto del male trova maggiore comprensione rispetto a chi parla del male che ha subito.”
Martta Kaukonen è una sublime scrittrice che “modella” la verità mettendola al servizio di un romanzo/thriller o viceversa. È indiscutibile, a mio parere, che meriti un’infinita gratitudine a nome di tutte le vittime di pedofilia.
E ora è giunto il momento di ascoltare le visioni delle/degli amiche/amici lettrici/lettori, però non prima di alcune notizie su Martta Kaukonen che vive a Helsinki e la sua professione prima di scrivere Butterfly, il suo romanzo d’esordio, è stata quella di critica cinematografica per i più importanti giornali nazionali.
Butterfly è tradotto in sedici paesi e diventerà una serie tv.
A proposito della traduzione dal finlandese all’italiano, è interessante sottolineare che a tradurre Butterfly sia stata una sorrentina eccellente, Delfina Sessa.
Raffaele Ferraro: “È un romanzo che va digerito per amarlo, non si può amare mentre lo si sta consumando.
Che sia noioso, tra virgolette, è dovuto al fatto che i personaggi parlino in prima persona e non si riesca a seguire una sola linea; a volte i capitoli si susseguono dando la parola allo stesso protagonista e questo destabilizza chi legge. Penso sia una mossa voluta, per far sì che un lettore normale, come me, modesto, possa arrivare a chiedersi: “Ma come è potuto accadere tutto ciò a questi poveretti?”.
Ho rilevato un atto di grande coraggio nel finale che poi dà il sale a tutto.
Credo che Butterfly abbia la funzione di incitare il lettore a interrogarsi su cosa avrebbe fatto al posto di Clarissa. Chiaramente io non saprei rispondere, voglio dire che a me questo thriller ha fatto andare in crisi al punto da desiderarne una rilettura, che non avverrà adesso, ma tra qualche mese, dato che mi devo ancora riprendere dalla fatica di mettere in relazione gli accadimenti con i personaggi.”
Angela Cacace: “A me è piaciuto. Mi ha tenuto legata.
Ho apprezzato l’impianto, la struttura del romanzo e come l’autrice giochi con l’attenzione del lettore. Ci si sente avvinghiati, stretti da un nodo a cappio, nonostante all’inizio per parecchie pagine non succeda niente e si intuisca un po’ la storia; poi però ci si ritrova in un finale strepitoso, sorprendente.
Ho trovato unico il modo di dipingere i personaggi, o meglio le persone.
L’ho amato malgrado non sia il mio genere, se lo vogliamo definire thriller, quindi per me vale di più, nel senso che se non lo avessimo scelto con il gruppo di lettura io non lo avrei mai letto.”
Nella Pane: “Ho gradito che l’autrice si rivolgesse ai lettori in prima persona e che usasse dei brevi capitoli, ossia poche pagine per ciascun protagonista. Uno stile incisivo che non stanca.”
Paola Pagnotti: “Avevo voglia di leggere un thriller, ero reduce dalla lettura di due romanzi che mi avevano delusa, non tanto per le storie trattate, ma per le eccessive lungaggini, 600 pagine circa, too much. E per evitare di essere prolissa anch’io arrivo al dunque. Butterfly si legge piacevolmente, scritto e tradotto benissimo, trama accattivante che invita a continuare la lettura fino alla fine. L’unica cosa che faceva calare ogni tanto la (mia) suspense era la suddivisione dei capitoli ognuno dei quali aveva come protagonista uno dei personaggi principali. Interessante ed originale, ma spesso questa interruzione incideva sul ritmo di solito incalzante di un thriller. Epilogo indubbiamente a sorpresa!”
Agnieszka Skibinska: “Butterfly non mi ha fortemente convinto.
Trovo interessante che i personaggi, seppure un po’ piatti e poco approfonditi, si rivolgano al lettore in prima persona, ma secondo me nella parte iniziale del libro non succede granché.
Parla di problemi seri come molestie e pedofilia, della difficoltà di comunicare e capirsi tra le persone in apparenza molto vicine, intime, come dovrebbero essere i familiari.
È scritto bene e la traduzione è assai bella.”
Ormai è appurato che sia stimolante incontrarsi, guardarsi negli occhi, e cercare di esprimere ciò che si vuole in grande libertà, guidate/i dall’amore per la lettura. È una vera e propria gioia.
E anche questa volta c’era cioccolata a volontà, ma dico io: “Mai una carota e un po’ di sedano?”.
È proprio vero la dolcezza la fa da padrona tra le/gli amiche/amici lettrici/lettori di Cuore di libro che per la prossima volta hanno deciso di leggere “Undici. Non dimenticare” di Andrej Longo.