Notturno Barocco

Venerdì 30 maggio, alle ore 20:00, presso la libreria Tasso a Sorrento, si è tenuta la presentazione del libro Notturno Barocco – Il Tesoro di Caffarelli – di Domenico Sapio.

Un dialogo speciale e intenso con l’autore condotto magistralmente dalla professoressa Emma Innacoli, vera maestra nella scelta delle parole e delle pause colme di significati, trasmessi alle persone che attente ascoltavano le riflessioni e le letture, tratte dal romanzo, a cura di Rosario Di Nota. 

Il protagonista, Caffarelli, cullato dai ricordi entra nel cuore di chi legge con l’infinita grandezza di cui è capace. Una storia potente quella raccontata in Notturno Barocco; ogni emozione e accadimento incarnato stupisce e in alcuni momenti fa rabbrividire.

“Caffarelli, castrato osannato e idolatrato per la sua voce che supera ogni umano limite, nella Napoli sovrana incontrastata della musica e della cultura, una Napoli colta e plebea, mistico intreccio di un’armonia ineguagliabile.” Dalla meticolosa prefazione di Rosa Morelli.

“Maledetto, maledetto lo specchio!” A ognuno il suo. Colpisce la visione del tempo riflesso, lì dove si vorrebbe trovare un attimo di amore, di bellezza, di vita e non di dolore e timore della fine. 

È sconvolgente scoprire la funzione dei Conservatori, alla loro nascita, erano istituti di carità dove i bambini orfani o abbandonati venivano “conservati”; imparavano vari mestieri e sopravvivevano chiedendo l’elemosina per strada.

Caffarelli trafigge, perché mette difronte al fatto che gli esseri umani hanno miriadi di sfaccettature, come i diamanti, e la loro luminosità è in continuo movimento. Basta, però, un niente e lo splendore cambia “faccia”. 

Egli faceva spesso uso della litigiosità e non disdegnava l’aggressività, anzi, ma è il ritratto della sofferenza che emerge con la forza della sua portentosa voce che butta giù i muri più resistenti, costruiti come fortezze.

Una voce nata dalla brutalità. Sì, Sapio ci ricorda, seppur in modo poetico, la crudeltà di un’operazione che, innegabilmente, donava i suoi frutti, ma a che prezzo? 

“(…) gli tornarono alla mente le rosse, grosse e sporche mani del norcino che l’aveva castrato di cui rievocava la ruvida presa intorno al collo quando l’aveva stordito, e il sangue copioso che aveva versato il suo povero corpo violato, e la febbre e il dolore e la paura.

Con la stessa violenta drammaticità, gli si riproponevano le immagini terribili di quel giorno lontano quando, nudo e tremante, fu spinto in quel freddo e grande locale, una sorta di improvvisato mattatoio, dove altri due uomini lo attendevano. Benché la sua scelta fosse stata volontaria e perseguita, pure, in quel momento di solitudine e di reversibile non ritorno, un terrore ghiaccio e ostile si era impossessato di lui.

Aveva balbettato qualcosa, una sorta di preghiera, una supplica a risparmiarlo, a rimandarlo a casa, a perdonarlo…

Ma due mani implacabili lo avevano sollevato e tenuto fermo su di un rozzo tavolaccio imbrattato di sangue secco, dei tanti animali innocentemente immolati o dei tanti bambini cui era toccato il suo stesso destino. Ghignando di soddisfazione, il figlio del norcino, un giovane brutto rossiccio con un lungo grembiule macchiato d’innumeri sacrifici, gli aveva aperto brutalmente le gambe mentre l’atroce genitore, parimenti abbigliato, si avvicino a lui con una lama corta e affilata.

Con l’insolente carezza della sua mano assassina aveva toccato la bianca innocenza di quella tenera intimità per trovare il punto migliore. Solo, immobile, paralizzato dalla paura, non si era reso neanche conto delle irripetibili bestemmie del norcino quando si accorse che le mani gli erano state bagnate dall’urina scappata in volontariamente al bambino terrorizzato. Ciò che seguì era stato un attimo: sollevandogli la testa e avvicinando il volto deturpato dal vaiolo e coperto di un’ispida e zellosa barba grigiastra al viso del bambino bianco come un cencio, l’uomo gli aveva gracchiato: “Adesso dormirai e poi ti farai un bel bagnetto“ indicando una grossa tinozza di acqua gelata. Gli appoggiò tre dita in un certo punto del collo, premette forte a lungo e tutto era scomparso in un gorgo nero.”

In Notturno Barocco “la musica” della vita è ovunque e pungola il sentire del lettore. “Caffarelli viaggiava nel passato e ritrovava le strade note della reminiscenza nel traffico audace di trame e intrecci di cui era costruito l’ordito fittissimo della sua esistenza straordinaria.”

Caffarelli è in compagnia di altri personaggi che come un lago rimandano la sua immagine a tratti (s)concertante. 

Alcune storie sono ricche, piene di esperienze, non si può fare a meno di viverle insieme ai protagonisti. Ciò avviene, naturalmente, per merito dello scrittore che le narra. E Sapio, a mio parere, si veste di virtù a tal proposito.

Notturno Barocco è indubbiamente un romanzo ma è soprattutto un volo dal buio alla luce dove alla fine gli occhi vedono altro e l’anima canta. 

È un movimento tellurico che spazza via l’invidia e la gelosia, portando alla superficie un bene prezioso, il perdono. 

Domenico Sapio è docente di Letteratura Poetica e Drammatica presso il Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli. Ha al suo attivo composizioni pianistiche, liriche per canto e pianoforte e brani di musica da camera. Ha pubblicato il saggio Dei senza Olimpo: la voce perduta dei castrati da Napoli all’Europa (Edizioni Intra Moenia, 2017).

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