La stanza accanto, di Pedro Almodóvar, è potente nella sua semplicità, calma, lentezza e allo stesso tempo fermezza, rigorosità, nel trattare certi temi. È straordinario come sia inevitabile dimenticarsi delle attrici e immergersi nell’esistenza degli esseri umani; è notevole il gusto che ciò riesce a sprigionare, un po’ simile al sapore della frutta fresca.
La stanza accanto nasce dall’adattamento del romanzo di Sigrid Nunez, What Are You Going Through.
Marta (Tilda Swinton) e Ingrid (Julianne Moore), le due protagoniste, sono legate a doppio filo dall’amicizia e dalla morte che incombe.
Si potrebbe affermare che sia un film politico, se considerato canonicamente e cioè se prendiamo l’eutanasia come azione principale narrata. È chiaro, però, che ci sia qualcosa che va oltre la questione politica.
Almodovar fa vibrare il suo punto di vista nel cuore degli spettatori
Ci racconta come alcune persone, e la legge, mettano insieme il suicidio, l’eventuale omicidio, l’eutanasia, e lo fa senza mai cadere nella trappola di voler convincere lo spettatore a prendere posizione, solo ci rivela fatti che ancora oggi, spesso, divorano la nostra mente in cerca di soluzioni. Ed è per questo che Damian (John Turturo), forse, entra a gamba tesa nella storia a ricordare, con il suo pragmatismo, che la totale libertà è ancora un’illusione.
I personaggi diventano, in vari momenti, giganteschi nelle inquadrature pittoriche di Almodóvar e sembrano, addirittura, uscire dallo schermo per avvicinarsi a chi guarda, abbastanza da concedere la possibilità di entrare nell’anima di Marta e Ingrid.
Almodóvar interpreta la vita e la morte in modo profondissimo e non si abbandona neppure per un istante alla fatuità.
Tutto assume sfumature inaspettate: la malattia, le relazioni di amicizia, l’amore e i legami familiari hanno un’espressività inusuale.
La scenografia si innesta in un percorso vitale mutevole, in armonia con ogni particolare e con i colori da sogno; non si può fare a meno di notare gli abiti che vestono la vita e morte di abbinamenti cromatici irresistibili.
Tutto si scopre avere un senso in questa esposizione poetica, dove pure la morte diventa un “personaggio” di rilievo, in quella stanza con la porta rossa che Ingrid vorrebbe rimanesse sempre aperta come la vita vuole e non chiusa come la morte desidera; per un attimo fa ridere una frase di Marta, sorpresa del fatto che ci si possa arrabbiare, perché qualcuno è ancora vivo; accade quando un espediente, come una porta chiusa, dà un senso originale alla realtà e persino alla morte.
L’intento non è di commuovere, ma di smuovere, non piegandosi a spingere lo spettatore alla lacrima facile, anzi, la ripudia ed è evidente, poiché non si mette a “trivellare” le ferite.
È un artista Almodóvar e gli artisti non girano in tondo sottobraccio all’approssimazione, vanno dritti al punto e ne La stanza accanto se ne trovano parecchi di argomenti su cui soffermarsi a riflettere accuratamente.
La morte che ci mostra Almodóvar aleggia tra i colori forti, meravigliosi, e i dialoghi che nella loro naturalezza svelano complessità enormi.
C’è del sublime nell’essere coinvolti nella scelta di Marta.
La stanza accanto, The Room Next Door, è prodotto da Agustin Almodóvar e Esther Garcia per El Deseo; la fotografia affidata a Eduard Grau; montaggio: Teresa Font; Musiche di Alberto Iglesias; scenografia a cura di Inbal Weinberg; i costumi sono di Bina Daigeler.