It ends with us – Siamo noi a dire basta è il film diretto da Justin Baldoni che ha come protagonista Lily Bloom (Blake Lively), tratto dall’omonimo romanzo di Colleen Hoover che, sulla carta, fornisce alla protagonista la possibilità di esprimere pensieri molto intimi: “Mentre me ne sto seduta qui, a cavalcioni sul parapetto, e guardo giù da dodici piani sopra le strade di Boston, non posso fare a meno di pensare al suicidio.
Non al mio, beninteso. La mia vita mi piace abbastanza da voler arrivare fino in fondo.
Sono più interessata alle altre persone e a come, in sostanza, prendano la decisione di farla finita. Se ne pentono mai? Devono pur provare un briciolo di rimpianto durante la breve caduta libera tra il momento in cui si buttano e quello in cui si schiantano. Fissano forse il suolo che si avvicina a tutta velocità, dicendosi: Cazzo, è stata una pessima idea?
Per qualche motivo, credo di no.
Rifletto spesso sulla morte. Specialmente oggi, perché dodici ore fa ho tenuto uno degli elogi funebri più leggendari che gli abitanti della mia città natale – Plethora, nel Maine – abbiano mai sentito. Okay, forse non è stato il più leggendario. Si potrebbe benissimo considerare il più disastroso. Dipende se lo chiedete a mia madre o a me.”
Il film all’apparenza è semplice e tenue in tutto: sceneggiatura, regia, recitazione, fotografia, ma intanto che la storia si dipana, sin dalle prime scene, una inquadratura dopo l’altra, si avverte che qualcosa di grosso sta per accadere, aleggia nell’aria, e non è soltanto il fatto che la trama sia conosciuta.
È una storia familiare, come tante, di nascita, violenza, morte e quant’altro.
Un intreccio sentimentale che si rivela drammatico quando Lily cede al presunto amore di Ryle (Justin Baldoni). Lo sposa e assai velocemente si trova a rivivere il trauma passato: suo padre picchiava e abusava di sua madre e ha quasi ucciso Atlas, il suo grande amore del liceo.
Sono ben realizzati i momenti in cui Ryle agisce nei confronti di Lily con brutalità, vengono mostrati allo spettatore dal punto di vista di lei che vive certi gesti come sbadataggini. Salvo poi avvedersi della violenza che sta subendo e a quel punto va a cercare Atlas (Brandon Sklenar), che aveva rivisto poco tempo prima nel ristorante di lui, chiedendo praticamente aiuto.
All’improvviso tutto cambia, lei si rende conto di essere incinta, Atlas la supporta, Ryle la cerca, ma lei è determinata, ormai in cuor suo la chiarezza si è fatta strada ed è proprio quando tiene tra le braccia la sua bambina, appena nata, che lascia Ryle per sempre e decreta: “Siamo noi a dire basta”. Stringe a sé la piccola Emy (diminutivo di Emerson, nome scelto in ricordo del fratello morto di Ryle) e spezza le catene familiari.
Unirsi può essere difficile, come è successo a Lily e Ryle, ma anche separarsi può risultare faticoso. Il desiderio di staccarsi da un trauma antico può dare grande forza per fare l’azione giusta in direzione della propria e altrui felicità.
Per emozionare bisogna superare una linea di confine per arrivare dritti al cuore e in “Siamo noi a dire basta” l’emozione ha una vita tiepida, solo in una circostanza, a mio parere, fa capolino ed è quando Atlas dice al Lilly: “Se devi innamorarti di qualcuno, innamorati di me”.